Domenica 27 luglio 2025 – Cabella Ligure, Val Borbera
Stamattina, mentre guidavo verso Cabella Ligure per la terza e ultima giornata del Festival dell’Emigrazione, ho pensato che anche io stavo partendo per un piccolo viaggio.
E come ogni viaggio che lascia qualcosa, anche oggi avrei portato a casa storie, sapori e parole che restano.
Per tutto il giorno, i visitatori sono stati accolti da un piccolo mondo colorato e profumato: il mercato delle donne.
Una dozzina di stand, prodotti bellissimi e soprattutto tante storie da ascoltare: di terra, trasformazione, passione.
Il cibo, qui, non era solo da mangiare, ma da capire.
Radici, femminile, plurale
Alle 11.30 ho moderato la tavola rotonda “Radici, femminile, plurale – Storie di donne imprenditrici”, alla presenza del Sindaco Roberta Daglio, del Vicepresidente del Consiglio Regionale, del Presidente della Provincia e di altre autorità.
È stato un racconto a tappe, fatto di voci diverse ma unite da un filo comune: il cibo come identità, lavoro e appartenenza.
- Agata Marchesotti del Caseificio La Tula ha raccontato la storia del Montebore, che mi piace definire “il formaggio ritrovato”: oggi prodotto da sei aziende e tutelato da un consorzio.
- Irene Calamante, fondatrice di Cuore di Pane Bio, ha raccontato come la sua ricerca del luogo giusto per aprire un forno l’abbia condotta proprio nel cuore di Cabella.
- Gabriella D’Amico, referente delle Donne dell’Olio per Piemonte e Valle d’Aosta, ha condiviso un viaggio che parte dall’Abruzzo e arriva ad Alessandria, dove oggi è stato realizzato il Giardino degli Ulivi.
- Francesca Poggio, per Le Donne del Vino, ha raccontato un progetto formativo con le scuole, pensato per far conoscere la cultura del vino e incoraggiare i giovani a restare sul territorio.
Una De.Co. che profuma di capra, famiglia e coraggio
Il momento più simbolico della mattinata è stato la presentazione delle De.Co. di Cabella.
Dopo il Pane Antico, il Pan ciucco (assegnate a Cuore di Pane Bio di Irene Calamante – De.Co. n.1 e 2) e il Canestrello (assegnato al panificio di Fabio Boggeri – De.Co. n.3), il protagonista di oggi è stato il Caprino dell’Azienda Agricola Cascina Capannette di Martina Prussiani, che ha ricevuto la De.Co. n.4.
Anche la sua è una storia di viaggio e amore: da Bergamo alla Val Borbera, dopo la laurea, arriva per uno stage. E poco dopo inizia una nuova avventura, con un pegno d’amore originale: dieci capre al posto dell’anello di fidanzamento.
Oggi, a distanza di circa quattro anni, con un allevamento di 30 capre e il piccolo Elia tra le braccia, Martina ha ricevuto il riconoscimento ufficiale, sostenuta da tutta la sua famiglia. Un momento vissuto tra sorrisi e commozione
Cibo come cultura migrante
In chiusura ho voluto riprendere alcune parole chiave che hanno unito le testimonianze di tutte queste donne:
tenacia, commozione, viaggio, contaminazione, competenze, radici.
Parole che raccontano perfettamente cosa ha rappresentato questa tre giorni di festival, sottolineando come, in un evento culturale nel senso più classico del termine, abbia trovato spazio anche una giornata dedicata ai sapori. Ho ricordato che il cibo è cultura.
Nei lunghi andirivieni di là e di qua dal mare, oltre alle valigie di cartone, sono partite anche le ricette, i profumi, i sapori.
La gastronomia è uno dei fili più forti che tengono uniti popoli, memorie, generazioni.
In tante parti del mondo — penso all’Argentina, all’America Latina — i piatti italiani emigrati sono stati contaminati, reinventati, ma mai dimenticati.
Perché il cibo è identità che viaggia.
E oggi a Cabella, tra banchi di formaggi, miele, pane, vino, dolci, olio, verdure, salumi, uova e sorrisi, tutto questo si è sentito forte e chiaro.